Diatomite
Sedimento fossile cotto: alternativa economica all'akadama, durata 8–10 anni.
La diatomite è il substrato che negli ultimi dieci anni ha cambiato il panorama bonsai del Nord Europa, e sta lentamente arrivando in Italia. Geologicamente è sedimento fossile: gli scheletri silicei di alghe microscopiche, accumulati per milioni di anni, cotti industrialmente per stabilizzarli. Il risultato è un granulo poroso, leggero, chimicamente inerte, meccanicamente robustissimo.
Il caso di interesse per il bonsaista italiano è economico e tecnico insieme. Un sacco da 20 litri di Damolin Moler (la marca europea di riferimento) costa una frazione di un sacco da 14 litri di akadama hard-fired, e dura il doppio o il triplo. La porosità interna trattiene acqua in misura comparabile all'akadama; il drenaggio è leggermente superiore; il colore chiaro lascia leggere a vista l'umidità.
I limiti sono onesti. La capacità di scambio cationico della diatomite è inferiore a quella dell'akadama (circa 20–30 meq/100g contro 25–40 dell'akadama), il che significa che trattiene meno nutrienti nel tempo — bisogna fertilizzare un poco più spesso. L'estetica non è quella tradizionale: il granulo bianco-grigio non ha la profondità cromatica della terra di Tochigi. E la qualità varia molto fra marche e fra lotti — alcuni prodotti industriali per assorbimento sversamenti sono ottimi per bonsai, altri contengono additivi o granulometrie inadatte.
La posizione del circolo: la diatomite è una scelta ragionevole per chi ha collezioni numerose e budget contenuto, o per chi vuole ridurre la dipendenza dall'importazione giapponese. Per pezzi di mostra resta l'akadama, per ragioni di tradizione tecnica oltre che estetica.